UN ALTRO NOME PER LA SOFFERENZA

 

A lungo ho creduto che la vita e il cuore umano non possano essere imprigionati nella sofferenza perenne, ma oggi, in questo mondo iperpoliticizzato, completamente succube delle illusioni, estremamente diviso, mai finora tanto affamato e assetato, ormai quasi in una fase di post-civiltà, con individui e popoli soggiogati e strettamente controllati, quando la sofferenza a tutti livelli e in ogni direzione si avvicina al proprio assoluto, oggi so chiaramente che non è così. Perché questa e tale civiltà contemporanea ha del tutto ridefinito anche il concetto di felicità, che si misura unicamente in base al fatto se vivete nel ricco e sicuro Nord o nel povero e affamato Sud, in qualche angolo ancor sempre dimenticato del Terzo Mondo, nell’Europa della “prima, seconda” o “terza velocità”, in un paese “candidato” a diventare membro dell’UE, se siete profugo, emigrante, immigrante o autoctono in un paese una volta colonialista e oggi neocolonialista con un’economia stabile e lunghe tradizioni statali. Ma oggi, dopo numerosi drammatici e atipici avvenimenti internazionali e il sempre più frequente annullamento sconsiderato e cinico del diritto e della giustizia internazionale come le più importanti eredità civili, vediamo che tutto questo è stato radicalmente messo in forse. 

Non so se come civiltà abbiamo sviluppato una forte immunità interiore o acquisito un qualche codice metafisico per sopravvivere nella sofferenza, con lei e accanto a lei, perché è indubbio che oggi la sofferenza è molto spesso data per scontata. Basta guardare soltanto le scene cataclismiche degli svariati disastri nel mondo, dalle guerre frenetiche sempre più sofisticate e dalle follie terroristiche alle catastrofi naturali di proporzioni bibliche come gli tsunami, con centinaia di migliaia di morti. Tutte queste sono soltanto scioccanti storie mediatiche che durano un paio di giorni. E poi la vita va avanti. Anche di persona, occasionalmente, diciamo laconicamente “soffro”, come se fosse un concetto univoco, incapsulato in qualche suo semplice senso e significato, dietro al quale esiste soltanto una storia di vita quotidiana, e che, una volta pronunciata questa parola, è come se avessimo detto tutto e pienamente spiegato e assolto questo stato di sofferenza. Anche se la sofferenza, in questa o quella forma, spesso intrecciata contemporaneamente in diversi tipi o distribuita nel corso di tutta la vita, l’abbiamo conosciuta quasi tutti a questo mondo, essa è ancor sempre generalmente compresa o in modo troppo semplificato come un fenomeno di vita comune, oppure, per quelli che a lei maggiormente s’interessano, come un qualcosa di avvolto da un velo di enigmi confusi e opachi. Perché quando la sofferenza, soprattutto quella estrema, “si occupa” di noi, oltre a essere coscienti che è qui, che ci ha visitato e colpito, non siamo quasi in grado di affrontarla in alcun modo da soli. D’altronde, quando non è presente nella nostra vita, o almeno non la sperimentiamo direttamente, per così dire non ci interessa, perché il primo e del tutto naturale impulso dell’uomo è la ricerca della felicità, qualunque essa sia e qualsiasi cosa rappresenta per ogni singola persona. Sto parlando, ovviamente, della sofferenza individuale, intima, ma il fenomeno della sofferenza, della pena, è immensamente complesso e stratificato, anche quando non ci colpisce direttamente di persona, ci riguarda indirettamente, perché siamo emotivamente e in tutti gli altri modi collegati molteplicemente al mondo, ci coinvolge a causa della sofferenza delle persone care, vicine, a causa della sofferenza collettiva di alcuni gruppi di persone, comunità o popoli, o persino della sofferenza dell’umanità in generale.

Siamo costantemente circondati dalla sofferenza umana. Ovunque vediamo o sperimentiamo la sofferenza esistenziale, individuale o di massa, i senzacasa, la povertà, la miseria, la fame, la sete, la sofferenza mentale e fisica di ogni tipo, la sofferenza emotiva e amorosa, la sofferenza per qualcosa d’irraggiungibile, la sofferenza per le cose perdute, la sofferenza come ipocondria, la sofferenza tra le persone e la sofferenza per solitudine, le fobie come sofferenza e la sofferenza come fobia, e ancora, la sofferenza di sperimentare le stesse vecchie sofferenze già vissute.

Pertanto una serie di domande sorge di per sé: esiste la vita senza sofferenza e si può senza sofferenza conoscerla appieno? L’assenza di felicità è sufficiente per chiamare questo stato sofferenza ed è la felicità una sorta di inversione della sofferenza, un’anti-sofferenza, poiché contiene immanentemente, consapevolmente o meno, la nostra paura di perdere la felicità? L’indifferenza è pure una sofferenza? Abbiamo noi una qualche influenza sulle nostre decisioni quando ci troviamo a un crocevia confuso, dove felicità, indifferenza e sofferenza s’incontrano, s’intersecano e divergono? La sofferenza è segnata esclusivamente dalla sua comparsa, dal crescendo, dal parossismo, dall’apice, dal declino e dall’estinzione, o può essere, dall'inizio alla fine, soltanto uno stato emotivo ibernato sulla stessa, immutabile “lunghezza d’onda”? E infine, la sofferenza è di per sé patetica, è lei quella che produce la pateticità, oppure da lei deriva in alcune forme?

Se parliamo, invece, di sofferenza come del bene o del male nel senso vitale, essa è, ovviamente, il male, perché ferisce, angustia e umilia, però in senso filosofico la sofferenza è indubbiamente “il bene”, perché è la strada verso la conoscenza e ancor più è la cognizione stessa, come per esempio suggestivamente testimoniano le esperienze personali profondamente drammatiche e persino traumatiche di Buddha o di Abelardo ed Eloisa. Da ciò insorge un’altra domanda: la sofferenza è una sorta d’ispirazione filosofica e artistica negativa? Perché essa che cos’altro è se non uno stato poetico e lirico, poesia e filosofia in sé. In effetti, l’universo metafisico della sofferenza come fonte di profonda ispirazione, dall’antichità ai giorni nostri, è davvero immenso e quasi impenetrabile! Ovunque si getti uno sguardo nella filosofia e nell’arte, troveremo anche sofferenza.

La sofferenza è onnipresente e onnipervasiva. Come un serpente segreto, è sempre lì, vicino a noi, forse già in noi stessi, soltanto che non ne siamo ancora consapevoli fino a che non salta fuori all’improvviso dal suo cespuglio nero o da sotto una pesante pietra sul nostro petto e ci morde forte.

La sofferenza è contradictio in adiecto. Un’enorme sofferenza spesso ci porta direttamente all’estinzione e alla scomparsa, spirituale e fisica. “La sofferenza acceca, assorda, distrugge e molto spesso uccide”, dice Josif Brodski. Ma, paradossalmente, la sofferenza è anche una sorta di rimedio contro la morte stessa. Lo choc, un evento fatale improvviso e inaspettato che non è stato preceduto da un “periodo di sofferenza” necessario per assimilare qualcosa di terribile e inevitabile, porta spesso a esiti fatali e persino letali. Essa è, in effetti, ambivalente: è tormento e tortura, ma, osservata sulla linea del tempo, nella sua stessa durata, è anche una sorta di necessario rilassamento dell’anima, un cucchiaino quotidiano di consolazione per il prossimo, come dice il popolo, un lenimento delle ferite da parte del tempo che è il miglior medico. E poi ci sono i sospiri. Sospiri profondi e pesanti di sofferenza e dolore. Di giorno e di notte, da svegli enel sonno, in ogni momento, completamente incontrollabili e inconsci. Un sospiro vale mille parole. Nelle forme più terribili e distruttive di sofferenza psicologica, emotiva e fisica, la vita sembra come difendersi con i sospiri. In senso figurato, in tali stati di sofferenza estatica sospiriamo innumerevoli volte per non spirare. E non è questa somiglianza eufonica, ma anche semantica delle parole uzdisati e izdisati solo una mera coincidenza nella lingua croata. Questa connessione logica e vicinanza è presente nell’italiano, nel francese e inaltre lingue. Ad esempio, in italiano sospiriamo per non esalare l'ultimo respiro; in francese souffrir mort e passion pour ne pas expirer, exaller le dernier soupir; in macedone воздивнува rispetto a издивнува. Ecco perché i sospiri sono così spesso cantati e citati nella poesia e nella letteratura in generale, spesso già nei titoli delle opere, il che aggiunge ad alcuni di essi quella ben conosciuta nota patetica, da cui, naturalmente se è moderata, la buona letteratura neanchesi difende.

La sofferenza è uno stato emotivo. Non lo scegliamo noi stessi e non lo gestiamo. Quando appare, quando ci viene imposta, la prima reazione è la resistenza, l’incredulità, la domanda: “perché proprio io?” Segue quindi il tentativo di allontanarla da sé, ma essa nella sua prima ondata è più feroce e incommensurabilmente più forte della nostra volontà più determinata di opporsi, cosicché finiamo per consegnarci a lei, ci arrendiamo, e lei ci abbraccia facilmente con i suoi tentacoli oscuri e ci guida, gestisce i nostri sensi, ma anche il nostro corpo. Non si dice senza ragione che qualcuno è rotto dalla sofferenza e dal dolore. L’avvilimento dello spirito è accompagnato dall’avvilimento del corpo e viceversa. Tuttavia, in questo caso esiste anche un inequivocabile contrappunto psicologico. Sofferenza e consolazione – sono i due volti inscindibili del dio Giano: uno è rivolto al passato / sofferenza, l’altro al futuro / consolazione. Negli stati parossistici, quando la sofferenza sale vertiginosamente verso il suo apice, anche il bisogno di consolazione è all’apice, ma quando gli altri vogliono offrircela, calmarci, darci, oltre a parole dolci e confortanti, medicine e medicamenti per superare più facilmente la sofferenza, di solito li rifiutiamo, li respingiamo, perché non vogliamo sentirci come uno zombi nel dolore, ma vivere e sopravvivere razionalmente anche le ragioni estreme della nostra sofferenza, essere consapevoli del limite massimo della sventura, perché questo è in realtà l’unico modo per liberarsi da lei a livello emotivo e per riportarci da uno stato di completo offuscamento e tramortimento a uno stato di controllo razionale degli eventi e in definitiva, nuovamente, allo stato di autocontrollo.

L’altro estremo, invece, è l’abbandono assoluto e irreversibile alla sofferenza quando, seguendo un impulso di tipo completamente diverso, la vita stessa combatte contro la vita nella sofferenza e sceglie la resa e la morte, fisica o spirituale. Nel “Werther”, Goethe in un punto afferma: “La natura umana ha i suoi limiti, è in grado di sopportare la gioia, l’angoscia, il dolore soltanto fino a un certo punto, ma non appena questo viene superato, va in rovina. Quindi, qui non si tratta se qualcuno è debole o forte, ma se è in grado di sopportare il proprio livello di sofferenza, sia essa morale o fisica”. E più avanti conclude che in tal caso “la natura non trova via d’uscita dal labirinto di forze intricate e contrapposte e di conseguenza l’uomo deve morire".

La sofferenza è il sinonimo emotivo per lamento, urlo, ma è oscurata dal silenzio, dal pianto e dal grido compressi entro se stessi. Il silenzio e la mancata risposta al mondo esteriore sono una conseguenza della sofferenza. Il silenzio è un altro nome per la sofferenza. La sofferenza è un profondo silenzio interiore. Taccio, quindi soffro.

Ho sperimentato la sofferenza per la prima volta da ragazzo, in effetti, quasi da giovanotto. Ho ancora davanti agli occhi quell’immagine di Pasternak nel “Dottor Zivago” della morte improvvisa della madre e del suo funerale. Inverno, dicembre, una giornata ventosa, di fango e nevischio, la gente silenziosa, le donne con il velo in lacrime, un addio ascetico da realismo socialista. La mia sofferenza è iniziata in modo che io, invece che fosse il contrario, ho confortato gli altri intorno a sé, credendo di essere abbastanza forte e virile per affrontarla, ma è stato proprio quel momento che mi ha segnato fortemente con un’oscurità interiore non chiarificabile, con un disagio insopportabile e un senso di permanente abbandono nel mondo. In verità, come segnale di un’inattesa comprensione della sofferenza, si sono dilatate rapidamente le mie pupille interiori per permettermi di guardare l’invisibile, l’oscuro, l’alterato nella vita, ma a parte questa neoacquisita capacità, che avrebbe potuto essermi più utile nella letteratura che nella vita reale, non si è verificato alcun altro mio adattamento pratico a un mondo pieno di dolore e sofferenza.

 

Traduzione di Rodolfo Segnan