INCIAMPARE

 

Sulla parte più alta del timpano stava appiccicata una testa di porco d’intonaco giallastro. La mano poco abile del suo autore l’aveva collocata un po’ storta di modo che, nella penombra, sembrava digrignare i denti. A dire il vero, quella figura lui non l’aveva mai notata. Era stato qualcun altro che, come per caso, aveva osservato: “Si tratta di  quella casa con la testa di porco?” Era convinto che tutti si fermassero ad osservare solamente il massiccio portone aperto, color verde veleno. La casa non si distingueva per nient’altro al di fuori che per certi inquilini alquanto imbranati che trascinavano sempre, all’alba o al tramonto, delle grevi bombole di gas, grevi come minacce, e bofonchiavano imprecazioni incomprensibili. Naturalmente questo succedeva prima. Ora le cose erano mutate, si erano capovolte come una barca. Tutto era cominciato con l’innondazione. Aveva sognato la bellisima Tani quella notte, l’aveva desiderata intensamente. Ogni nuova visione erotica sembrava essere dotata di una forza singolare, capace di trascinarlo in alto come in un volo onirico, per guidarlo dolcemente, farlo rotolare sopra le cime di immaginari salici, misteriosamente silenziosi. Al mattino si accorsero che l’acqua era arrivata fino al muro di cinta e l’aveva lordato di detriti fangosi. Andò di corsa al lavoro, come uno che avesse avuto veramente da fare, ma qualcosa gli diceva che un altro aveva preso l’elicottero invece di lui e si trovava già nella zona minacciata. Non si era mai dimostrato molto brillante quando aveva dovuto seguire catastrofi o cose del genere. In cuor suo non accettava l’idea che molti si ostinassero a considerarle fenomeni prevedibili di cui si poteva calcolare in anticipo i danni e l’entità. Per fortuna qualcuno aveva capito di che pasta era fatto e gli aveva gettato una tavola di salvezza dicendo: “Cos’è successo della tua vecchia casa? Ho visto ieri delle fiamme enormi uscire dal secondo piano”. Non riuscì ad afferrare subito il senso di quelle parole. La sua casa era una specie di rudere abbandonato, che cosa c’entrava lui in tutto questo? Pure si affrettò a correre da quelle parti con il pretesto di andare a controllare il livello del fiume che continuava a variare. Il ponte era stato rimesso a nuovo da tempo e ora fra le sue arcate si erano incastrati dei tronchi d’albero le cui radici sporgevano a riccio. Alcuni soldati, agganciati ai loro battelli di gomma solidamente ancorati a riva, si davano da fare a disporre cariche esplosive nei posti più adatti. Non era un lavoro da fare però e gli esperti sapevano bene il perché. Le macerie del ponte fatto saltare avrebbero trattenuto un’enorme quantità d’acqua, e vi sarebbe stato pericolo specie se fosse crollata la diga che sorgeva a monte. Bisognava naturalmente fare qualcosa, ma era come se una formica con le sue sole forze volesse arrestare la furia delle acque. Ricorrere ai sacchetti di sabbia sarebbe stata una pura perdita di tempo. Alla fine no ci fu altro da fare che limitarsi a guardare stupidamente i gorghi giganteschi e Baldo si trascinò stancamente fino alla vecchia casa. Quelli della commissione incaricata di stimare i danni si aggiravano fra le rovine. Il tetto era crollato, le finestre sventrate dall’esplosione e i materassi dei piani inferiori apparivano i inzuppati dell’acquaccia che colava giù per le grondaie e le tubature scoppiate. Il figlio del padrone di casa stava tirando fuori dalla rimessa un vecchio rimorchio e sbirciava gli uomini intenti a valutare i danni. Mentre stavano spiegando a Baldo che la catastrofe era stata provocata dalla cantante del secondo piano (la donna usava per la stufa lubrificante di scarto al posto dell’olio combustibile e il camino forse intasato, aveva smesso di tirare provocando una terribile esplosione) uno degli ispettori scoprì al piano di sotto un ambulatorio dentistico abusivo. La cosa però non importava più a nessuno. Venivano portati fuori oggeti  di metallo anneriti e pezzi di mobili semibruciati. Tutti si erano salvati. Era successo la sera prima. Questa disgrazia Baldo se l’aspetava da tempo. La casa era vecchia, con i pavimenti e i sofffitti di legno, e lui aveva nutrito pericchi dubbi circa il buon funzionamento di tutte quelle bombole a gas. Mai si sarebbe immaginato che a provocare la disgrazia sarebbe stata la cantante. Quela viveva eternamente nei debiti e probabilmente cercava di risparmiare usando vecchio olio di macchina per riscaldarsi. Glielo procuravano dei giovanotti dai capelli rossi che di notte attacavano i suoi impianti elettrici direttamente ai cavi esterni della corrente per far riposare un poco il contatore. Questo poi era sigillato con un piombino piegato a regola d’arte, sul quale non si poteva distinguere alcun segno. A Baldo la cosa venne in mente più tardi. In mezzo a tutta quella confusione aveva sentito anche che alcune parti della città erano già completamente allagate. I cavi telefonici erano stati strappati dalla violenza delle acque che aveva devastito tutto. Telefonò da qualche parte per comunicare una cosa molto importante, e cioè che l’acqua potabile risultava inquinata. Si poteva berla solo dopo averla fatta bollire. Immaginò per un attimo delle enormi lingue di fuoco inghiottire le travi del tetto e la gente che metteva in salvo la vecchia padrona di casa affranta e mezzo svenuta. Era una donna bigotta che non credeva nelle forze della natura. Come parlando fra sè, Baldo mormorò che era brucata la sua vecchia casa.

“È quella casa con la testa di porco, vero?” si sentì chiedere da una voce stridula. La casa aveva un massiccio portone color verde veleno, ma lui la testa di porco non l’aveva mai notata. In redazione si parlava di nuovo dell’ammalato che l’acqua aveva trascinato con sé fuori del manicomio e Baldo cercò di immedesimarsi e di capire che cosa doveva aver provato quel pazzo nel trovarsi in balia delle corrente. Ne ricavò una sensazione sgradevole e dolorosa. L’acqua portava via tutto ed egli si abbandonò privo di volontà ad altre correnti di pensiero. Distratto da queste fantasie si trovò del tutto impreparato ad affrontare l’acuto senso di nausea che gli provocò l’avviso del tribunale perché veramente era troppo. Per primo arrivò, quasi a mezzanotte. un impiegato del tribunale che si scusò di doverlo importunare a quell’ora insolita e gli consegnò unfoglietto: “L’ho cercata per tutto il giorno, ma lei non c’era. Vede, c’è scritto urgente. Ma non è nulla. Non si faccia impressionare. Convocano la gente in continuazione”. Sputò sulla matita copiativa e la dette a Baldo perché firmasse. L’avviso non indicava il motivo per cui doveva presentarsi. Poteva soltranto tirare a indovinare, senza arrivare a nessuna conclusione. In piena notte fu svegliato bruscamente da un energico picchiare sui vetri. Abitava al pianterreno e gli capitava spesso di dover subire gli scherzacci dei nottambuli, ma questa sembrava una cosa seria. Poreva che qualcuno avesse la ferma intenzione di svegliarlo, a qualsiasi costo. Così mezzo addormentato, pensò che doveva essere cominciata finalmente quella famosa esercitazione militare che era stata anunciata da tempo e solo a pensarci rabbrividi tutto. La stanza era in disordine, le cose avevano un aspetto curioso come potrebbe vederle l’occio di un pesce. Le pesanti coperte luccicavano pregne di elettricità trattenuta che si refletteva sulle cornici e sui vetri delle incisioni e dei disegni appesi alle pareti, poi saltellando arrivava al soffitto irregolare da dove pareva voller cadere da un momento all’altro. I colpi ripresero, ora più nervosi e insistenti.  Baldo si accostò alla tenda e attraverso i vetri appanati scorse una faccia dai lineamenti marcati, quella dell’autista del suo giornale che tremava da freddo in quel gelido mattino. Doveva essere sucesso qualcosa. Forse in qualche punto gli argini avvevano ceduto, oppure stavano mettendo insalvo l’archivio del giornale che già una volta aveva subito dei danni. Sentì fame, una gran fame, come se per mesi non avesse fatto altro che camminare portandosi dietro solo un misero pezzo di formaggioa, fatto durare a lungo e ormai ammuffito, e come se di quel suo viatico non fosse rimasta che una briciola rancida e insufficiente a saziarlo. Cercò di non pensarci e si fece accompagnare al lavoro.  Per strada si incontravano soldati e riservisti che correvano. Ma a giudicare dai programmi della radio che stava ascoltando in macchina si poteva pensare che non doveva reattarsi di va ascoltando in maccine si poteva pensare che non doveva trattarsi di niente di grave. Forse aveva le febbre. Indossava solo un maglione rosso a quadri che non si era levato per tutto l’autunno. Questa storia del maglione aveva già fatto nascere delle barzellette cariche di umorismo nero e inventate per noia dai colleghi. Ora però gli sembrava che quel maglione lo facesse quardare da tutto con una certa diffedenza. Preoccupato per l’iinaspettato avviso di comparizione e ancora stordito per essersi dovuto svegliare così all’improviso, egli non desiderava che di tuffarsi in una vortice pacificatore di abulia e disordine. La fantasia gli avrebbe permesso di inventare parole nuove, di coniare strani neologismi puri come l’ossigeno, termini magici capaci di liberargli l’anima, scioglierla dal legame che la teneva legata alla realtà, e gli avrebbero fatto dimenticare l’incalzante clessidra del tempo. Fu così che Baldo mancò di notare che glu altri attorno a lui portavano tutti il lutto e che i loro volti riflettevano onde di dolore ipocrita. Qualcuno era morto, ma davanti a lui evitarono di parlarne. Anche in passato erano sucesse cose del genere e non avevano mai mancato di metterlo a parte della cosa. Tutto ciò che gli dissero questa volta invece fu che lui sembrava proprio rimasto l’unica persona disponibile che potesse occuparsi dell’alluvione perché gli altri erano impiegati col funerale ed erano andati ingiro a preparare servizi speciali e interviste. Fissando il suo maglione che così tanto risaltava in mezzo a quell’insieme di nere piante umane, lo spedirono a seguire una riunione dell’Istituto batteriologico in cui si doveva decidere se vaccinare o no tutta la popolazione della zona. Era abituato a trattare solo  cose di cultura e l’idea di dovesrsi occupare di parameci e volvox gli strappò una risata amara che così isolata rimase sospesa nell’aria, simile a una mosca intontita. Mentre si stava preparando per la seduta straordinaria del Consiglio, un collega entrò nel suo studio. Non era quello, disse, forse il momento più adatto per discorsi del genere, ma ci sono delle cose che avvengono senza che riusciamo a rendercene bene conto. Bisognava fare, prendere il toro per le corna. Ci aveva pensato a lungo prima di decidersi a parlargli. Il suo dossier era assolutamente pulito: il suo nome e nient’altro. Quella avrebbe potuto anche essere una spada a doppio taglio perché non si poteva mai sapere se la sua insolita normalità fosse un fatto positivo o negativo.Alla fine avevano cvoncluso che la sua scheda era del tutto a posto e che bisognava offrirgli l’occasione di collaborare. C’erano anche quelli che si rifiutavano ma tutto ciò non giovava alla loro carriera. Baldo era un uomo giovane e avrebbe senz’altro avuto bisogno di una mano per affrontare il duro cammino di una vita. Sarebbe stato meglio non rifiutare perché questo significava escludere a priori qualsiasi possibilità di dialogo e loro avrebbero preferito non prendere nemmeno in considerazione un’eventualità del genere data la reputazione di cui godeva e il fatto che sul suo conto non c’era mai stato niente da ridere. Bastava che disse “d’accordo, ci penserò”, e questo sarebbe stato sufficente. Fuori si sentiva il rumore degli elicotteri in azione.Qualcuno gridò che a dispetto dell’umidità aveva preso fuoco la spassatura giù in cortile e già arrivav il puzzo attraverso gli infissi delle imposte. “La cosa non mi interessa”, disse Baldo. “Non posso sofrire le ombre. Sarà meglio interrompere questa conversazione. Ho da fare”. Aveva l’impressione di trovarsi sull’orlo di un precipizio. Quel susseguirsi di avvenimenti l’aveva fatto cadere in un stato di malinconia permanente che lo rendeva estremamente vulnerabile e incapace di affrontare ogni situazione un po’ sgradevole. È certo che Baldo pensava a questo frammento di acredine come a un brandello di coscienza appicciato, che se ne sta appesa a un filo e svolazza, ma non si stacca, non si dissolve, al contrario rimane sempre lì e fa in modo che non lo si dimentichi. Peter Schlemihl, mormorò fra sé e il paragone letterario lo fece scoppiare inun’altra risata amara. Si trovava nel grande anfiteatro della Facoltà di medicina nella qualle si stava svolgendo la famosa riunione di cui gli riuscì di afferrare solo le ultime battute. Sentì che veniva presa una decisione. Il Consiglio stabilì che si doveva ordinare l’immediata vaccinazione di tutta la popolazione. Era necessario prevenire eventuali epidemie: malattie intestinali e altre infezioni. Trasmise quest’informazione per telefono. Mentre percorreva il lungo corridoio della Facoltà, vide ungruppo di medici e di studenti che si preparavano alla vaccinazione di massa. L’aria sapeva di etere, anche nella strade non si poteva respirare. Gli parve che dello spirito bruciasse ovunque, gli aghi erano infuocati, l’ovvata molto fredda a causa dell’alcool o dello iodio o per chissà che cos’altro. Qualcuno tentò di abbassargli il capo. “Questo gli farà ritornare il sanque alla testa”, sentì. Mani fredde e morbide gli passavano sulle guance. Aprì gli occhi con difficoltà e vide una fila di uomini, donne e bambini con le maniche rimboccate che si stava avvicinando al tavolo vicino al letto sul quale era adagiato. “Cerchi di non dormire”, sentì di nuovo la stessa voce. Alzò le palperbe e appena allora scorse il viso dolce dell’infermiera che gli teneva la mano. “Va tutto bene, siamo riusciti ugualmente a vaccinarla.  A vederla così a prima vista non dà l’impressione di essere un uomo pauroso. Comunque, ora, va tutto bene”. E allora, che cosa gli era capitato? Per strada era incontrato Tani che lo aveva baciato ed era scappata alla lezione di pianoforte. L’avevano già vaccinata. D’un tratto si era spaventato per via di certi dolori alla pancia. Aveva sempre più fame, e nella fame credette di scorgere i primi sintomi di una malattia. “Un segugio con i vermi”. Era andato a farsi vaccinare. Sapeva già che sarebbe svenuto solo alla vista dell’agho, il che puntualmente era capitato. “Ha l’aria stanca” gli disse l’infermiera. “Ma ora si sente meglio. mo è vero? Le farebbe bene camminare un po’ se  se la sente”. Ne approfittò subito per allongarsi. Gli girava la testa e cercò in tasca l’inalatore per ossigenarsi un po’, ma vi trovò solamente un foglietto. Si trattava di quell’avviso di comparizione che l’altra notte aveva immediatamanete cacciato in tesca per non correre ili rischio di dimenticarsi di andare a vedere di che cosa si trattava. Ma ora, ad ogni modo, era già tardi per tutto.

 

Traduzione di Laura Marchig

 

INCIAMPARE

„La battana”, Fiume, 1987, No. 84, pag. 65-69